20/01/2010
Così Craxi sconfisse il PCI
Articolo di Umberto Ranieri, pubblicato su «Il Riformista» di mercoledì 20 gennaio.
La discussione su Craxi, a dieci anni dalla sua scomparsa, ha avuto il merito di avviare una valutazione senza pregiudizi del protagonista di un intero periodo della storia nazionale, quello che dalla seconda metà degli anni Settanta giunge alla crisi del sistema dei partiti che aveva retto per oltre un quarantennio l'Italia.
La lettera "bella e dolente" inviata alla vedova di Craxi dal presidente della Repubblica favorisce «una ricostruzione non sommaria e unilaterale di quel quindicennio di vita pubblica italiana».
Altro che oblio. Il passato, nella storia di un grande Paese, non può essere rimosso. Va analizzato, come in più occasioni ha ricordato Giorgio Napolitano, con scrupolo e serietà e l'analisi non può essere sostituita con sentenze liquidatorie.
Bettino Craxi fu un leader politico di alto livello. Ebbe l'intuito e la prontezza di un grande tattico ma perseguì un disegno strategico: recuperare al socialismo italiano la fisionomia originaria e autonoma che aveva smarrito nella morsa della doppia subalternità alla Democrazia cristiana e al Partito comunista italiano. Craxi fece del confronto sul profilo ideale e culturale della sinistra il terreno su cui condurre la sua battaglia autonomista. L'autonomia culturale che i socialisti rivendicavano aveva la propria ascendenza ideale nel socialismo liberale.
Fondamentale in quella battaglia fu la rivista Mondoperaio diretta da Federico Coen. Polemiche come quella avviata da Norberto Bobbio sul marxismo e lo Stato o le successive su Antonio Gramsci e l'egemonia, sul togliattismo e la democrazia, sullo statalismo e la politica dei redditi, lasciarono un segno nella storia della sinistra. La risposta che la cultura comunista oppose alla sfida fu inadeguata, si arroccò nella difesa di schemi tradizionali. Enrico Berlinguer liquidò con sufficienza la discussione come «roba da professori che non hanno letto neppure un rigo di Marx»! In realtà, osserverà onestamente alcuni anni dopo Biagio De Giovanni, «noi non sapevamo cosa obiettare, come muovere al contrattacco?e mi parve allora che il Pci subisse una sconfitta culturale».
Ma Craxi commise un errore politico di fondo. Dopo il 1989. Quando non seppe sganciarci da quella che era diventata «una alleanza opportunistica e priva di avvenire» con la Democrazia cristiana. Concluso il conflitto tra il socialismo dispotico e socialdemocrazia con la vittoria di quest'ultima, era giunto il momento per riaprire la situazione politica italiana alla prospettiva dell'alternativa di governo. Trovo ancora sorprendente che un politico di razza quale fu Craxi non si sia reso conto che il sistema politico italiano e le forze che ne erano state l'architrave fossero ormai giunti alla fine. Probabilmente, Craxi non percepì la gravità della crisi in cui stava precipitando la Repubblica. Spia di questa cecità fu l'invito agli italiani che chiedevano un segno di cambiamento a disertare le urne per il referendum che aboliva la preferenza multipla nelle elezioni. È qui che vanno rintracciate le cause della crisi irreversibile che colpì i socialisti. Nella difficoltà a cogliere l'esigenza di mutamento del sistema politico che, dopo la caduta del Muro di Berlino, si poneva in tempi più rapidi di quelli medio-lunghi cui pensava Craxi.
Il partito che aveva lanciato l'idea della grande riforma finì, più di altri, con l'identificarsi in un sistema politico ormai fragile e non più in grado di reggere. Si precluse così la possibilità di intercettare l'onda crescente di dissenso che proprio contro quel sistema andava montando e che lo avrebbe travolto. Quando il 3 luglio del 1992, prendendo la parola nell'aula di Montecitorio, Bettino Craxi descrisse le degenerazioni del sistema di finanziamento della politica chiedendo che tutti se ne assumessero la responsabilità era troppo tardi. Il corrompimento della vita pubblica, con il diffondersi di «degenerazioni, corruttele, abusi illegalità», aveva minato alle radici la credibilità del sistema politico. La stessa possibilità di realizzare la sua piattaforma si collocava ormai al di fuori dei partiti. Quella referendaria appariva l'unica proposta in grado di cambiare le cose. Forse, nella «dignità dolorosa degli anni di Hammamet», intorno a questo drammatico paradosso della vicenda politica socialista si sarà arrovellato Bettino Craxi.














