Una risposta bio alla crisi

Susanna Marietti (L’Inkontro)
INTERVISTA. A colloquio con Andrea Ferrante, presidente dell’associazione italiana per l’agricoltura biologica.

«Il biologico come risposta alla crisi, perché basato su un’economia reale e virtuosa». A sostenere questa tesi è Andrea Ferrante, Presidente dell’Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica) grazie anche a una serie di numeri e statistiche che ne supportano la veridicità. L’Aiab da sempre promuove l’agricoltura biologica quale modello di sviluppo sostenibile, basato sui principi di salvaguardia e valorizzazione delle risorse, rispetto dell’ambiente, del benessere animale e della salute di chi consuma.

In che modo l’agricoltura biologica può contribuire all’uscita dalla crisi?
Il biologico, che mette al centro il produttore, che è poi il contadino, ossia colui che è padrone del processo di produzione, ha il merito di essere riuscito a mettere in contatto il produttore e il consumatore. Si tratta, in sostanza, di cittadini che vogliono esercitare i propri diritti: il diritto a un’alimentazione di qualità; il diritto a conoscere l’origine e il processo che sta dietro a ciò di cui ci si nutre. Alla base c’è l’idea che il cibo non è più soltanto una merce, ma molto di più. Questo percorso virtuoso che mette insieme due mondi che la grande distribuzione ha separato, rappresenta anche un’opportunità economica reale. Il settore dell’agricoltura biologica registra infatti dati straordinari in questa fase di crisi. Oggi il biologico sta diventando una risposta alla crisi perché basato su un’economia reale, ossia sul fatto che si mette in circolo un prodotto basato sul lavoro vero. E questo fatto viene riconosciuto da un numero crescente di persone.

Quali sono i numeri del successo del biologico?
Siamo nell’ordine di un aumento del 10% annuo. Il biologico è sempre di più di filiera corta. Questo settore è riuscito nella difficilissima impresa di difendersi dalla grande distribuzione. Oggi il biologico viene consumato, tramite la grande distribuzione, per non più del 20-25% delle vendite. Siamo l’unico Paese del mondo nel quale gli acquisti pubblici verdi per il biologico sono il primo mercato interno. Basti pensare che nelle scuole italiane, quotidianamente, vengono serviti 1 milione di pasti basati su prodotti biologici. Il primo mercato per i produttori biologici, dunque, sono gli 800 comuni italiani. Questa è economia reale.

Ripartire dunque da un’economia territoriale?
Un caso come quello appena citato determina un percorso virtuoso di sviluppo economico molto legato al territorio, e soprattutto legato a un processo di produzione reale, dove una parte consistente di questo valore va al produttore. Se il Comune di Roma è il più importante acquirente di produttori biologici in Italia, spendendo più di 50 milioni di euro all’anno, ciò determina un elemento di cambiamento reale nei processi di produzione e di consumo. Il biologico è riuscito a sviluppare in modo originale la cosiddetta vendita diretta, sotto forme più diverse: dai mercati dei contadini alla vendita su internet, evitando di rivolgersi solo a una nicchia. La forza del biologico è avere perseguito un’idea altra di economia. Il nostro obiettivo è mettere al primo posto la sostenibilità e poi il beneficio del produttore.

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